Piume

Feb. 28th, 2019 06:14 pm
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La piuma arrivò risalendo il vento (Giorgio Faletti)


Quelle giornate sono
loro.

Le stringono tra le mani, le plasmano come se non avessero fatto altro tutta la vita, sentono l’esistenza pizzicare tra le dita e la lasciano bruciare fino al filtro, come le sigarette che fumano sputando fumo in aria, guardando quei fili biancastri salire fino alle nuvole.

Bevono avidamente l’ultimo sole caldo che bacia la pelle prima del tramonto, le maniche della camicia arrotolate fino ai gomiti, i capelli di Dioniso che ondeggiano come impazziti nel vento e due bottiglie di vino rubate a suo padre strette tra le ginocchia.

Alza un po’ il volume della radio solo per sentire l’altro cantare ancora più forte per quelle strade un po’ appartate, la sua decappottabile che fa un po’ fatica sulle salide ripide e sterrate che portano al loro personalissimo belvedere, ma solo perché non ha avuto tempo di apportare le modifiche necessarie. Dioniso urla qualcosa che non coglie, assordato com’è dal vento, dall’euforia, dalla felicità e poi aggiunge solo, avvicinandosi a lui «Arianna amerebbe tutto questo!»
«Il vino che hai tra le gambe, ecco cosa amerebbe.»
«Non solo il vino, amico mio, non solo il vino!» risponde Dioniso, tirandogli una gomitata che non va a segno, i movimenti già rallentati «Tra le mie gambe apprezza pure altro! »



Quei vent’anni erano arrivati con una lentezza straziante e preceduti da un inverno noioso e lento, fatto di macchine in garage e lunghe corse sotto la pioggia ed una primavera di allergie e raffreddori, relazioni che vanno un po’ bene ed un po’ male.

Incidentalmente, tra tutto questo, aveva avuto tempo di esistere anche una gamba rotta.
Non la sua né quella di Dioniso, no, ma quella di Apollo che, anche oggi, non c’è perché ultimamente non c’è mai.

È come il sole, Apollo: manca quando non c’è ma è intollerante quando c’è troppo, quando non puoi sottrarti a lui, quando ti ustiona pur senza volerlo.

E forse meglio così anche se non sa perché ─ o meglio lo sa ma non è mai stato un problema averlo intorno in ogni caso.

Loro tre non hanno mai avuto bisogno di nascondersi le cose, hanno sempre fatto tutto insieme, persino pisciare.

Se lui si fosse rotto una gamba, in ogni caso, avrebbe dato di matto dopo i primi tre giorni. Lui ha bisogno di movimento, la stasi lo addormenta, lo impigrisce, ci pensa e ci ripensa steso sull’erba a fissare la città sotto di lui e chiedendosi se la voglia che ha di correre via l’avrà per sempre o è solo una brutta fase. Gli adulti che lo circondano sostengono che sia solo una questione di età, che i vent’anni sono così, che c’è solo bisogno di accasarsi e poi a certe piccolezze non si bada più, diventano minuscole corbellerie, quasi divertenti a guardarle bene.

«Sai Erm, penso di farli allungare!» dice Dioniso, toccandosi i capelli per poi passare una mano nella sua zazzera rossiccia finendo di spettinarlo, risvegliandolo dal suo torpore. Ermes non risponde e semplicemente gli dà un bacio, labbra aperte e lingue che si cercano con passione e divertimento, gambe che si intrecciano e il peso di Dioniso sul suo torace.

È giugno e fa già caldo ma non abbastanza da farlo sudare, si accende una sigaretta con il fiato ancora corto e Dioniso gliela ruba subito dopo.

Una piuma gli cade sul naso e lo fa starnutire, Dioniso ride della sua risata vittoriosa ed Ermes non sa perché.



È il quattro luglio ed Ermes dovrebbe essere con Stacy -o Nancy o Jane- da qualche parte a vedere i fuochi d’artificio e a festeggiare, a baciarle tra il vociare della folla con ancora i vestiti buoni addosso.

Ed invece è altrove e non c’è Stacy -o Nancy o Jane- ma c’è Dioniso che lo guarda con la cravatta penzoloni ed i pantaloni troppo stretti, tocca la spilletta che gli ha regalato e che tiene appuntata al bavero della giacca leggera che indossa.

Sorride, o forse ghigna, per loro non ha mai davvero fatto differenza.

«Mio padre ha detto che devo tagliarmi i capelli o mi spedisce fuori da casa.» la voce di Dioniso è sporcata da una risata mentre, parcheggiati in cima a quella collina, stappa una delle bottiglie che ha portato e ne prende un sorso: anche se non c’è niente da ridere Ermes non può che assecondarlo: la loro vita è in effetti una barzelletta.

Sono poche le cose che piacciono a Dioniso.

Il numero diventa ancora più esiguo se lo si prende sobrio e, almeno ultimamente, sobrio lo è ben poco perché con Arianna oggi va bene e domani va male ed il suo amico non è un maestro delle relazioni.

Il suo amico è bravo con il sesso, quello assolutamente, ma pare Arianna ultimamente non voglia saperne ─ forse è colpa della famiglia della ragazza, forse è colpa della brutta reputazione che il suo amico si è fatto, forse è solo tornato Teseo.

Ermes spera seriamente che non sia Teseo la causa di tutto quel casino perché sarebbe davvero il colmo e lui non è fatto per certe stronzate.

«Ha detto “Hai i capelli più lunghi di quelli che aveva tua madre” ed io gli ho risposto che, probabilmente, se fosse viva avremmo fatto a gara. Non ha gradito. Ma io gradisco il suo vino. Leggi l’ironia in tutto questo?»

«Non proprio.»

«Ne riparliamo tra mezza bottiglia.»

Da qualche parte scoppiano i primi fuochi d’artificio ma loro non li sentono, la bottiglia abbandonata e dimenticata da qualche parte accanto ai loro vestiti.



È agosto e fanno sesso, tanto sesso, e Dioniso si arrabbia ogni volta che lui usa quella parola.

«Mi piace pensare che sia amore, non palestra.» ripete mentre, nonostante l’afa, non riescono a staccarsi e Dioniso traccia sentieri invisibili sul suo petto con fare annoiato. Ermes, come ogni volta, sbuffa.

Perché non è amore.

Dioniso ama Arianna, solo che Arianna non gliela dà perché è una ragazza di sani principi o, per meglio dire, è una ragazza che non vuole un’altra gravidanza indesiderata. Perché Arianna va al college ed ha un futuro davanti, non come loro sbandati. Figli non ne vuole ma, dopotutto, non ne vuole neanche il suo amico. «Avrò tempo per fare la pazza.» gli ha detto Arianna fumando davanti scuola ed Ermes crede che sarà così, lo sarà assolutamente «Ma prima voglio diventare qualcuno.» ed Ermes crede anche a questo.

E allora Dioniso dice di amare lui che, per tutta risposta, non ama nessuno.

Perché l’amore un po’ ti incatena e lui deve essere libero di poter andare dove vuole quando vuole con chi vuole: oggi è Dioniso, domani quella ragazza così carina con i lunghi capelli biondi ed i pantaloni aderenti, tra qualche giorno chiunque altro. Così è facile e non si annoia.

La noia è la sua peggiore nemica.

«Ma io e te stiamo insieme?» è la domanda che arriva ogni volta, quando sono entrambi troppo nudi e troppo vicini per pensare chiaramente e, a volte, Ermes si chiede se in quei frangenti non dica qualche cazzata.

«No. Tu hai la ragazza.»

«Non ora.»

«Tuo padre mi ammazza.»

«Beh, in quel caso sentirò molto la tua mancanza.»



È settembre e l’estate sta finendo in fretta ma con una lentezza estenuante: ventiquattro ore durano una vita ma la settimana è sempre troppo breve.

Ermes non capisce come funzioni il tempo ma, in realtà, non capisce tante cose.

Le foglie fuori iniziano a farsi dorate e c’è quella luce che fa sembrare i suoi occhi più brillanti ed i capelli dell’altro più folti ed i loro vestiti un po’ più consumati; il sole tramonta presto ma quei tramonti sono caldi, confortevoli, fanno rallentare la sua eterna corsa.

Per un momento la sua vita è calma e non ha bisogno di accelerare, Dioniso canticchia un motivetto che non ha senso ma che sa gli rimarrà in mente per giorni. Forse lo ha sentito alla radio, forse no, non ricorda.

È settembre ed ogni sabato ci sono loro due intorno allo stesso tavolo dello stesso diner a bere un milkshake che non li convince ma che continuano ad ordinare di ritorno da questo o quel film che non hanno seguito davvero.

È routine ma non lo infastidisce, non lo annoia.

Presto tornerà l’autunno e poi l’inverno e vedersi sarà un po’ più difficile: la sua decappottabile di nuovo in garage, i momenti di intimità sempre più sporadici, forse un lavoro, forse qualcos’altro. È già difficile dividere il suo (il loro) tempo con Arianna, sarà ancora più difficile dividerlo con gli impegni, con la vita di Dioniso, con quei suoi progetti che sembrano irrealizzabili ma che lui realizzerà eccome: la sua testa ha mille pensieri alla volta e lui riesce ad ascoltarli tutti.
Alcuni sono davvero geniali.

Ma per quelli geniali ci vuole tempo e lui sente di essere già in ritardo, venti anni volati via troppo velocemente e lui che non riesce a rallentare la loro corsa.

Dioniso dà un calcio ai suoi piedi, «Ti vengono le rughe quando pensi.» gli dice storcendo il naso e prendendo un sorso di quel milkshake troppo dolce ma che aiuta il suo cervello a non spegnersi mai.

«E allora? Mica sono come te e Apollo che contate di ammazzarvi al primo capello bianco.» ribatte, osservando il marciapiede fuori dalla vetrata, una piuma portata via dal vento, come quelle che gli regala di tanto in tanto Dioniso, che gli appoggia sul cuscino prima che si svegli.

«Dice mia madre che queste le porta il vento, dirette dalle ali del tuo angelo custode.» ha affermato una volta, serissimo, ed Ermes aveva storto le labbra in un'espressione che aveva colpito l'altro.

«Noi non ci crediamo negli angeli, ricordi? E poi non sei tu che mi chiami “il messaggero alato”? Per quel che ne so questa potrebbe essere mia.» aveva aggiunto, prendendo la piuma candida tra le dita, allungandola verso l'altro. Dioniso aveva sorriso, le labbra stirate ed il volto che prende una piega dolce, del tutto priva del suo solito ammiccare.

«E chi ti dice che il mio angelo custode non sia un ragazzetto strafatto di zuccheri?» erano state le parole dell'altro prima di rubargli un lungo, intenso bacio che sapeva di sigarette e vino d'annata bevuto senza riguardo.

Vorrebbe baciarlo anche ora, sui tavolinetti di quel diner fuori mano, con le pareti vetrate ed io pavimento azzurro pallido, vorrebbe stringergli la mano accanto al tovagliolo che ha ridotto in mille pezzi solo per scaricare l'energia cinetica accumulata nei troppi minuti passato seduto.



È novembre, fuori è ancora stranamente caldo ed apre la finestra per far uscire il fumo, ormai spesso come un muro di mattoni, e rendere l'aria della sua camera più respirabile.

Per il ringraziamento Dioniso non c'è, non c'è suo padre né sua madre, c'è solo lui ed una combriccola di strambi, quelli del campo di atletica in cui va a correre quando non sta troppo sfranto per esistere.

Non ci sono più neanche le piume di Dioniso, le ha buttate via tutte a fine settembre, ha buttato anche i loro quaderni, ha versato un'intera bottiglia di vino nel lavandino solo per non vederla più.

C'è Arianna, dunque non può più esserci lui — sapeva che prima o poi sarebbe successo, certo non si aspettava sarebbe bastato così poco, non pensava sarebbe servito solo il tempo di vedere l'altra comparire di nuovo con le sue migliori scuse nella borsa e il suo trucco più bello sul viso.

Ermes non ama nessuno, deve ripeterselo, e presto sarà lontano da lì, da tutti quello, da tutte quelle persone — ha trovato lavoro fuori, Ermes, e l'ha accettato velocemente, si tratta solo di riparare telefoni, vecchie radio ed enormi televisori ma è più di quanto potesse sperare in quel buco di cittadina in cui è rimasto chiuso per fin troppo tempo.

A Dioniso non l'ha detto.

Neanche ad Apollo l'ha detto, dopotutto a malapena si parlano ancora.

«Gran bel messaggero degli dèi che sei, Ermes, funzioni proprio come si deve.» si dice, guardandosi allo specchio, una vecchia valigia abbandonata sul letto, sulla cima dell'ennesima camicia stirata male vede una piuma bianca.

La ignora prontamente, chiude la finestra per evitare al vento di fare salire altro, soprattutto i ricordi spiacevoli.

Chiude la valigia e la piuma è ancora lì, al contrario di lui.

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